Pensieri e Aforismi di Constantin Metha (pseudonimo di Stefano Lattari) - 5.0 out of 5 based on 1 vote

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Poeta Stefano LattariPensieri, Aforismi e Massime del Poeta toscano Stefano Lattari - già autore de “L'improvvisazione delle ali” (2015) - che qui pubblica con lo pseudonimo di Constantin Metha.

 

Dunque è necessario che io mi conceda come le celebrità, consegnandovi queste impressioni generate da una violenta e improvvisa febbre interiore. Ma poiché non miro solamente al risultato pratico di rendere più tollerabile la mia temperatura interna, m’impegno, con una tensione costante, a rendere esteticamente accettabili le mie contese e le mie asimmetrie; ed è in ciò che fallisco ogni volta che scrivo con intenti artistici. Nel parossismo delle mie sensazioni, nella vastità di ciò che avverto, immagini e suoni volano perdendo assetto a contatto con l’aria luminosa delle prose che ambisco ottenere, o tra le incantevoli nubi di poesie che veleggiano in me senza che io possa riferirle adeguatamente.

 

Lo scrittore potrebbe essere paragonato ad un ammaestratore dei propri vocaboli, un trapezista sulla scena dell’arena-letteratura, un prestigiatore del proprio stile, capace di ammantare di sdegno o approvazione chi lo guarda. Ma il vero artigiano di nuove forme è colui che trasforma la potenza in atto, affina la materia ruvida e grezza della realtà per rivelarne l’Essenza. Ogni opera di questo Sisifo viene estratta con il forcipe: sangue e vomito, nausea di vertigini, gemiti di disperazione, odore continuo di fallimento, aborti, dubbi e diramazioni improvvise. Questo è ciò che un artista mosso da necessità deve sopportare nell’adempiere il suo compito.

 

Scrivere significa vivisezionarsi, ma spesso questo avviene senza possibilità di anestesia. Nonostante mi sia doloroso, se scrivo, è perché mi è necessario come l’aria che respiro. Nonostante mi disgusti, dipendo ormai dalla scrittura come da una qualsiasi droga capace di determinare una forte assuefazione. Un tempo bastava una piccola dose di letteratura – qualche verso di poesia ben riuscito o di pensieri – per procurarmi uno stato, per quanto effimero, di euforia. Colto da uno spasimo di orgoglio, sarei voluto uscire immediatamente per gridare a tutti quanti la qualità della mia creazione.

Adesso qualche iniezione, come qualsiasi altro stupefacente i cui effetti sono indeboliti o cancellati da un utilizzo prolungato, è a malapena sufficiente per mantenermi in uno stato di relativa normalità. Dopo aver scritto, riesco almeno ad essere ordinario.

 

Ci sono nascite che, nella costante epidemia di procreazioni, assomigliano a piccole viti saltate all’interno del grande ingranaggio del mondo civile; mi riferisco ai criminali comuni e ad alcuni tipi di artisti. Queste categorie lavorano subdolamente, nell'ombra, con un sola differenza: se il ladro è a volte colto sul fatto o riconosciuto colpevole attraverso delle indagini, l’artista si mostra sempre a proprio rischio mediante un atto volontario.

Se il primo viene arrestato e giudicato in un processo formato da avvocati, il secondo viene giudicato da un tribunale formato da critici e fruitori più o meno competenti. Se il malfattore viene condannato dalle leggi civili, l'autore può essere stroncato dal mercato, dalla mancanza di gusto, dallo spirito acritico delle masse. Ciò che in ogni modo li accomuna, è la pena della segregazione e l’isolamento ai margini della società.

 

La nausea dell'anonimato. In molti casi ha frustrato e condannato il benessere psicologico di una parte delle persone, dipendenti sempre più dall’entità del possesso e dalla considerazione altrui, visti come gli unici mezzi per poter affermare la propria esistenza reale. “Io sono ciò che mostro”: ecco la formula ormai instaurata nella nostra società consumistica. Perché la buona opinione esterna sembra essere diventata uno dei metri di giudizio irrinunciabile per stabilire la propria importanza e il proprio valore nel mondo. Un disagio spirituale legato al miglioramento generale delle condizioni di vita, all'evoluzione incontrollabile dell'apparato tecnologico, segno di quanto l'anima dell'uomo soffra maggiormente quanto più è messa in condizione di avere.

 

Gli mancava un centro di gravità attraverso il quale potesse ricondursi, eccetto la gravità esterna e pressante di dover essere così, conformato all’opinione altrui, schiavo di un’idea o dell’abito con il quale gli sguardi usavano rivestirlo.

 

La sfinge è diventata inusuale nel mondo moderno. Gli antichi sono giustificati se vi crederono: specchiandosi nelle sorgenti del loro essere, almeno loro potevano riconoscere un volto riflesso. Oggi non è più possibile. Qualcuno ha visto, e passando ci ha insegnato che ogni uomo è un corteo nel quale allo stesso tempo è tutti e nessuno. Ricondursi ad una unità è lecito solo per coloro che restano in superficie, laddove lo spazio sembra essere lineare, schematico, separato in compartimenti stagni. Dire “io sono”: si tratta di una definizione semplificativa, grazie alla quale ciascuno può definirsi in rapporto con se stesso senza cadere nel dubbio o nell’angoscia della dispersione, porre all’esterno un’immagine di sé consolidata e stabile. Dire “Io siamo”, pur contravvenendo alle elementari leggi grammaticali, risponde invece più correttamente al concetto di moltitudine e frammentarietà. Ma dire “Io”, che cosa rappresenta in fondo se non un tentativo di rinchiudere l’informe in una gabbia da circo?

 

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Tags: Anno di Uscita: Dal 2011 al 2020,2016
Autori: Stefano Lattari
Editore: We-News Editore
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